Lasciarsi muovere: il movimento espressivo nella psicoterapia

Il movimento rappresenta l’esperienza più primordiale  per l’essere umano e ha un ruolo primario nel trasmettere e sostenere il senso di vitalità, il “going on being” (Winnicot), la sensazione di continuare a esistere. L’uso del movimento come terapia è relativamente recente essendosi questo filone terapeutico sviluppato a partire dagli anni quaranta del secolo scorso. M. Whitehouse è stata una delle pioniere della danza movimento terapia, iniziando a utilizzare il movimento come processo per sviluppare la consapevolezza corporea e promuovere l’integrazione corpo-psiche. L’autrice ha avuto il merito di introdurre la pratica del “Movimento Autentico”, termine da lei coniato per esprimere un movimento naturale, inevitabile. Il suo lavoro posa le basi sulla teoria junghiana secondo la quale il movimento espressivo è uno dei modi attraverso i quali si può dare forma all’inconscio. Il movimento permette dunque alla personalità di essere visibile. Attraverso il movimento le persone possono scoprire quali parti del loro corpo non sono disponibili, non si muovono, non sono sentite. Le distorsioni, le tensioni, le restrizioni del movimento fisico sono distorsioni, tensioni e restrizioni all’interno della personalità. Il corpo così come la psiche si forma attraverso la tensione di molte coppie di opposti.  Per far sì che il paziente possa “lasciarsi muovere” bisogna che si crei un ambiente facilitante dove l’attività corporea ed espressiva possa svolgersi in maniera protetta e significativa, affinché prenda vita il processo creativo del paziente. Di solito l’esperienza del mover parte dal pavimento e si ricrea una situazione per molti versi simile a quella del bambino che nuota in un mondo sensomotorio in presenza di un Altro che risponde al bisogno di sicurezza , di contenimento e di equilibrio. All’inizio l’imbarazzo, la rigidità, la disconnessione e il rifiuto del proprio corpo,  rendono difficile muoversi autenticamente: il corpo appare privo di vitalità, i movimenti sono tenuti, lo spazio circoscritto,  il respiro ridotto, il pensiero ingombrante. Ma gradualmente il corpo può riacquistare la poesia dei suoi gesti.

Muoversi autenticamente permette alla persona di sviluppare gradualmente una sorta di testimone interiore che può osservare, senza giudizi né inibizioni, i propri processi interiori. Un testimone che non rivolge la propria attenzione soltanto alla dimensione razionale ma che si apre a tutti i livelli dell’esperienza: alle sensazioni, alle emozioni, alle immagini, alle memorie. L’espressione simbolica contiene la tensione degli opposti:  contenere l’emozione per il mover significa sentire profondamente ciò che è dentro di lui e reggere quel disagio ampliando dunque la capacità di tollerare le emozioni.

Nella mia formazione ho integrato la pratica del movimento autentico con la psicoterapia biosistemica percependo la “compatibilità” tra questi due approcci e nell’attività professionale propongo spesso la possibilità di  utilizzare il movimento espressivo sia nel setting individuale che nei percorsi di gruppo.

Lavorare terapeuticamente attraverso il movimento significa, per esempio, per il terapeuta e il paziente condividere un breve momento di riscaldamento, costituito da lievi movimenti di piegamento, stiramento, rotazione, oscillamenti, respirazione. In un secondo momento si può invitare la persona all’ascolto del proprio corpo (escludendo la vista si facilita la focalizzazione corporea, si affina il senso cinestesico e si sviluppa la presenza del proprio testimone interno) e ad eseguire eventuali movimenti/gesti.  A volte succede che la coscienza, con il suo atteggiamento troppo spesso giudicante o svalutativo, opponga resistenza all’inizio dell’esperienza corporea. Il terapeuta in questi casi può allora rompere l’attesa con un suggerimento che aiuti nell’impasse, offrendo degli stimoli o dei temi/immagini che possano fornire una struttura dalla quale partire nell’esplorazione del movimento interiore. Il “materiale” che il paziente porta è accolto senza giudizio  e la persona non è mai sola ma sempre accompagnata dal terapeuta ad esplorare i suoi limiti, superare le barriere funzionali del suo corpo e a sintonizzarsi affettivamente con il proprio movimento interiore. Durante la “narrazione corporea” è possibile individuare dei movimenti chiave dalla cui esplorazione e amplificazione possono emergere connessioni emotive importanti. A conclusione dell’esperienza di movimento, il terapeuta  può approfondire ciò che il paziente ha sperimentato attraverso vari livelli come immaginazione, sensazione, emozione, pensiero, e/o servendosi anche di mezzi di espressione artistica quali disegno e la scrittura, al fine di rendere coerente e integrata l’esperienza vissuta.

Il movimento espressivo dunque risulta efficace in tutte quelle situazioni in cui è necessario sciogliere nel corpo quello che la testa ha congelato. Attraverso la pratica del movimento il paziente può:

  • migliorare la consapevolezza corporea ed emotiva;
  • trovare un canale attraverso il quale comunicare con i propri bisogni e desideri ed esprimerli in una forma simbolica;
  • scoprire e ampliare  la gamma di movimento,così da aumentare contemporaneamente anche le proprie capacità adattive e relazionali;
  •  sviluppare un rapporto di alleanza con il proprio corpo;
  • ampliare e ri-contattare la propria creatività.

La psicoterapia che utilizza il movimento del corpo può essere usata con massima efficacia per intervenire a livello profondo poiché promuove un collegamento ai vissuti profondi iscritti nella memoria corporea, implicita (Siegel). Il movimento permette di attivare le aree sotto-corticali e abbassa il funzionamento della corteccia prefrontale. Essere incontrati attraverso una sensazione, un gesto o anche solo una postura, modulando attraverso un delicato lavoro di contenimento e rispecchiamento corporeo il proprio vissuto, rappresenta per il paziente la possibilità di ritrovare e diventare cosciente di esperienze affettive precoci inscritte nel soma. Attraverso questo delicato processo che va dal corpo alla parola, dall’emisfero destro a quello sinistro, ciò che era sepolto dentro il corpo può raggiungere gradualmente nel processo di cura la riva della parola, del pensiero rappresentativo e dunque della coscienza.