Le visualizzazioni guidate

Visualizzare significa vedere mentalmente, processo che così come il “vedere con gli occhi”, avviene nel cervello ma la nostra mente non fa differenza tra queste due attività, per cui un’immagine visualizzata è equiparata ad una reale. Creare immagini con la mente è dunque una straordinaria risorsa per la salute e per il benessere psicofisico.

Il linguaggio della visualizzazione è simbolico e metaforico e ha l’obiettivo di sollecitare le risorse interiori indirizzandole positivamente. I simboli possono infatti sia causare una profonda trasformazione nella psiche, sciogliendo i condizionamenti del passato e creando nuovi sbocchi all’energia, sia sviluppare la funzione conoscitiva ponendoci in contatto con parti di noi stessi ancora inaccessibili. Le visualizzazioni agiscono dunque sia sul corpo che sulla mente, agendo sulla dimensione percettiva, cognitiva, emotiva, motoria dell’esperienza.

I benefici di questa pratica sono:

  • aiutare la persona a sviluppare una maggiore aspettativa di ristabilimento in caso di dolore fisico e/o emotivo;
  • accrescere la fiducia nelle proprie risorse;
  • ridurre la tensione fisica e il dolore (anche in caso di malattia organica);
  • superare le barriere della razionalità e agire sul nucleo dell’inconscio;
  • contribuire a un lavoro interno ed esterno di maturazione psichica e relazionale.

Nel corso di un incontro terapeutico individuale o di gruppo questa attività è sempre preceduta da un lavoro sul rilassamento e/o sulla respirazione. A conclusione della visualizzazione segue invece sempre l’ascolto dell’esperienza al fine di identificare le sensazioni e le emozioni sperimentate e dare un senso  all’attività immaginativa.

Leggi tutto

Le tecniche di rilassamento

Le tecniche di rilassamento (rilassamento guidato, body scan, rilassamento muscolare progressivo) portano la persona a diventare cosciente delle percezioni corporee e consapevole del proprio stato di attivazione/tensione/ corporea, spesso legato a stati emotivi sottostanti, per poi aiutarlo, a modificarlo.

I benefici di queste pratiche sono:

  • riduzione della carica del sistema nervoso simpatico (eccitatorio-attivante) che genera tensione muscolare, nervosa e psicologica e un miglioramento dell’azione del sistema nervoso parasimpatico (rilassante-calmante), che riduce la frequenza del respiro, l’ipertensione sanguigna e il battito del cuore;
  • aumento della serotonina (ormone del piacere fisico);
  • regolazione della produzione di cortisolo (ormone dello stress e dell’ansia);
  • aumento notturno della melatonina;
  • miglioramento della gestione emotiva;
  • riduzione rimurginio mentale;
  • maggiore concentrazione.

L’attività di rilassamento è sempre accompagnata dal lavoro sulla respirazione.

L’integrazione di queste tecniche in un percorso psicologico individuale e/o di gruppo, permette all’individuo di apprendere degli strumenti per riappropriarsi del proprio corpo, le cui sensazioni sono spesso messe a tacere e dominate dall’attività mentale, e ri-trovare una condizione di benessere psicofisico.

Leggi tutto

La respirazione

Il diritto di essere persona nasce con il primo respiro. L’intensità con cui avvertiamo questo diritto si riflette nel nostro modo di respirare.  Capita spesso però di accorgersi del modo in cui si respira (o non si respira) soltanto nel momento in cui, un brutto raffreddore complica l’attività respiratoria. La maggior parte della gente infatti solitamente ha un respiro poco profondo o lo trattiene.

Ma perché questo accade? La respirazione è un processo strettamente legato all’espressione delle emozioni, al livello energetico e alla vitalità dell’individuo. Respirare profondamente è sentire profondamente. I bambini piccoli, che vivono ancora in uno stato di grazia e spontaneità, respirano fluidamente. Crescendo si impara a trattenere il fiato per bloccare il pianto, a restringere la gola per non urlare e a contrarre il petto per trattenere rabbia. Ognuna di queste forme di inibizione porta a una riduzione del respiro. Lavorando terapeuticamente sulla respirazione ci si può accorgere per esempio di avere più difficoltà nella fase dell’inspirazione, fase “aggressiva” attraverso la quale introduciamo energia dall’esterno, o dell’espirazione legata alla capacità di lasciare andare il controllo e  abbandonarsi alle sensazioni del corpo.

Ripristinare una corretta respirazione appare dunque indispensabile soprattutto laddove esistano condizioni di ansia, stanchezza mentale,disturbi gastrointestinali, disregolazione emotiva, dolore fisico, depressione, e per le quali il lavoro sulla respirazione è senza dubbio benefico.

La respirazione corretta è di tipo addominale e se praticata regolarmente consente di:

  • inibire il sistema simpatico (che scatena l’eccitamento e lo stato di allerta) e attivare il sistema parasimpatico (che attiva distensione e rilassamento);
  • far funzionare meglio il corpo e la mente, eliminare le tensioni psicofisiche e a sviluppare la calma;
  • ridurre la tensione muscolare e acquisire una maggiore sensibilità e consapevolezza corporea.

In un percorso terapeutico psicorporeo, l’integrazione di questo tipo di lavoro risulta dunque prezioso per favorire l’integrazione mente-corpo e coltivare la capacità di essere consapevole nel qui e ora del momento presente.

Leggi tutto

Gravidanza, genitorialità e alimentazione

Alimentazione e relazione sono due realtà profondamente legate tra loro sin dal concepimento in un rapporto di reciproco influenzamento. Il comportamento alimentare è un processo senso motorio che a partire dalle epoche più precoci di vita, già dal periodo intra-uterino, si modifica progredendo, dall’essere nutrito dall’Altro al nutrirsi autonomamente. La capacità di discernere tra le diverse caratteristiche sensoriali alimentari è una competenza che infatti il bambino possiede in modo definitivo fin dalle ultime settimane di vita gestazionale. Lo sviluppo in utero dei sensi ha la funzione da un lato di modellare il sistema nervoso centrale, fornendo stimoli che interagiscono con la crescita neuronale, dall’altro di offrire al feto uno “scorcio” sul mondo esterno, producendo una sorta di apprendimento in utero. I feti umani ingoiano una significativa quantità di liquido amniotico durante la gestazione, specialmente negli ultimi stadi della gravidanza. La madre influenza quindi lo sviluppo dei gusti del bambino perché circoscrive e delimita la sua esperienza col cibo. In questo modo gli aromi dei cibi mangiati dalla mamma vengono trasmessi al nascituro: inizia così il “flavour learning”. Le molecole dei composti che hanno sapore, contenuti negli alimenti ingeriti dalla madre, passano il filtro placentare, giungono nel liquido amniotico e vengono “assaggiate” dal feto che ne fa così conoscenza. La comparsa delle papille gustative avviene intorno alla 7/8 settimana di gestazione e nei mesi a seguire  compaiono le cellule per la percezione dell’odore e i recettori del gusto; alla 35° settimana di gestazione gli atti del succhiare e dell’ingoiare sono coordinati. Secondo la “fetal programming hypothesisis” esiste un periodo sensibile per la crescita fetale in cui i cambiamenti a livello strutturale e funzionale sarebbero la diretta espressione di stimoli provenienti dall’ambiente. La madre che persegue una dieta inadeguata (con uno scarso apporto di nutrienti o sovralimentandosi) nel corso della gestazione determinerà non solo le condizioni di vita intra-uterine ma anche quelle future esponendo il nascituro  al rischio di disturbi da adulto. Le modalità e il tipo di alimentazione evolvono nel tempo seguendo gradualmente le tappe evolutive del bambino, i processi di separazione-individuazione e trovando modi e spazi relazionali differenti. L’allattamento, che sia naturale o artificiale, costituisce un momento fondamentale dello sviluppo del legame di attaccamento, dà continuità alla fusionalità instaurata tra madre e bambino sin dalla gravidanza, permette a ciascun membro della diade di rafforzare il legame con l’altro preparandosi gradualmente ad affrontare la separazione. La madre, che riesce a comprendere i segnali di fame e di sazietà del figlio,  rimanda al bambino una percezione coerente di ciò che sta sentendo  permettendo una crescita emotiva adeguata. Durante l’allattamento e anche successivamente quando il bambino cresce, gli scambi faccia a faccia e il contatto vocale  rimangono due indicatori importanti della relazione e della reciprocità. Se il rivolgere lo sguardo indica la disponibilità di impegnarsi all’interno della relazione con l’altro, la deviazione dello stesso segnala un’interruzione della comunicazione. Durante l’allattamento, il bambino può distogliere lo sguardo dalla mamma per segnalare una pausa nel ritmo alimentare. Sarà compito della mamma comprendere il bisogno del bambino senza mostrarsi eccessivamente intrusiva. Se durante l’interazione alimentare la madre non riesce a sintonizzarsi con i bisogni del bambino ed è preoccupata soltanto che il figlio concluda il pasto, adotterà un comportamento rigido e fisso. Uno scambio affettivo privo di reciprocità e incoerente non permette al bambino di comprendere i propri stati emotivi nascenti, come le sensazioni legate alla sazietà e il bisogno di essere nutrito, e di imparare a discriminare affetti legati a stati fisiologici differenti. L’interiorizzazione di un rapporto distorto con l’alimentazione può indurre il bambino a controllare la relazione con l’Altro attraverso il cibo utilizzandolo come strumento di comunicazione di un eventuale disagio. Dallo svezzamento in poi, il bambino comincia a differenziare la madre dal cibo, passando dal primo rapporto con la madre-nutrimento, che facilita la sua regolazione, ad una condizione di maggiore autonomia. In questo periodo  di graduale differenziazione dalla madre può succedere quindi che alcuni bambini rifiutino il cibo per esprimere ostilità nei confronti di genitori possessivi ed iperprotettivi, che non concedono loro autonomia ed indipendenza, così come altri possono rifiutarlo semplicemente perché non sono affamati o non desiderano quell’alimento proposto.

Leggi tutto

L’autostima: perché io valgo!

 

L’autostima è l’esito dello sguardo che rivolgiamo a noi stessi, nei diversi aspetti che ci caratterizzano: l’aspetto fisico, le competenze, i risultati personali e professionali, le relazioni.

L’autostima è principalmente un fatto di percezione e di interpretazione della realtà ed è data dalla valutazione di sé come persona competente che ha fiducia nell’efficacia delle proprie azioni (senso di autoefficacia) e dall’intima convinzione di possedere un valore intrinseco in quanto persona degna di essere apprezzata e amata.

L’autoefficacia, secondo Bandura, è la fiducia che ogni persona ha rispetto alle proprie capacità di ottenere gli effetti voluti agendo sull’ambiente. Le persone che possiedono alti livelli di autoefficacia sentono di riuscire a raggiungere gli obiettivi che si pongono e si sentono all’altezza delle sfide della  vita. Chi invece possiede un basso livello di autoefficacia ha poca fiducia nelle proprie capacità e conoscenze,  teme nuove situazioni, immagina gli ostacoli come insormontabili e spesso evita di affrontarli.

La convinzione di meritare di essere apprezzati e amati deriva dalla capacità di accettarsi e avere rispetto per “chi siamo” ed è un’idea che prende corpo in noi fin dalle prime esperienze di vita.

 

Ma come nasce l’autostima?

Essa si costruisce nella prima infanzia ed è influenzata dal contatto e dallo sguardo che abbiamo ricevuto nelle nostre relazioni primarie.  I messaggi precoci di chi si è preso cura di noi hanno impresso nella nostra mente delle convinzioni che si sono radicate e che ancora oggi influenzano il dialogo che ciascuno ha con se stesso. Per cui, in primis i genitori e poi le altre figure che sono state responsabili del nostro sviluppo (familiari, insegnanti, amici) hanno contribuito con i loro messaggi alla percezione che ognuno ha di sé e del proprio valore.

Tra gli elementi che interferiscono nella costruzione di una buona autostima possiamo identificare:

  • l’eccesso di protezione da parte dei genitori che non ha permesso al bambino di esplorare l’ambiente e mettersi alla prova;
  • critiche costanti;
  • enfasi sulla mancanza;
  • assenza di riconoscimento e lode per i risultati;
  • aspettative troppo elevate o troppo basse;
  • fallimenti scolastici ripetuti;
  • abuso fisico.

 

Chi ha una scarsa autostima può essere predisposto all’ insorgenza di disturbi psicologici (ansia, depressione, disturbi alimentari, dipendenze) e problematiche relazionali/affettive poiché la sfiducia in sé raggiunge dei livelli così elevati da produrre comportamenti disfunzionali che vanno a rinforzare l’idea di Sé come persona deficitaria e inadeguata.  Il perfezionismo patologico è un atteggiamento che si può ritrovare in individui con scarsa autostima i quali sono eccessivamente preoccupati rispetto alla propria performance, in diversi ambiti della loro vita, a tal punto che arrivano ad esigere da loro stessi e a volte anche dagli altri sempre di più, ipercriticando il proprio comportamento e vivendo in uno stato di continua tensione. Il sentirsi ripetutamente inappropriati li spinge ad andare continuamente oltre i propri limiti alla ricerca di un Ideale del Sè che possa garantire loro l’approvazione dagli altri e da se stessi, ma sperimentando continuamente un senso di delusione e insoddisfazione.

Nel lavoro psicoterapeutico si lavora affinché la persona possa ristrutturare la convinzione, a volte implicita, che ha di Sé la quale è radicata anche nel suo corpo, dove sono impresse le tracce delle esperienze personali passate. Lavorare terapeuticamente anche attraverso il corpo  significa dunque dare l’opportunità alla persona di ricontattare i bisogni più profondi, fare esperienza di ciò che gli è stato negato e/o inibito e sentirsi meritevoli e capaci di andare verso ciò che si desidera. Uno dei modi attraverso i quali è possibile giungere a questo obiettivo nella terapia psicocorporea è per esempio il lavoro sul grounding o radicamento attraverso il quale la persona può gradualmente riacquistare un senso di sicurezza interiore e ri-costruire la fiducia di base, necessaria per andare incontro alla vita. Ri-sentire e riappropriarsi del proprio corpo è fondamentale per poter ristrutturare l’immagine interna che l’individuo ha di se stesso, ridurre la discrepanza tra il Sé reale e quello Ideale e ridefinire i propri limiti poiché, per far sì che emergano delle convinzioni nuove e positive su di Sé è necessario ri-trovare la sensibilità e l’energia del corpo vitale.

Alessandra Sirianni

Leggi tutto

Le fotografie come strumenti terapeutici

Quando le parole non bastano per descrivere un vissuto o un’emozione è utile ricorrere a strumenti complementari che aiutino la cura psicoterapeutica del paziente. Ciò risulta necessario nel dialogo terapeutico per ampliare/esplorare nuove possibilità e direzioni di lavoro ed è vantaggioso con pazienti che hanno bisogno di mezzi espressivi/artistici differenti per percorrere “esperienze subcorticali”.

Uno degli strumenti più usati oggi è la fotografia, un medium artistico potente dal punto di vista emotivo e comunicativo che si è diffuso in orientamenti psicoterapeutici di diverso indirizzo tra cui quello biosistemico.

In una fotografia è possibile rivivere il passato, riflettere sul presente e immaginarsi il proprio futuro e, se il paziente è guidato correttamente, svelerà il proprio sistema di valori, i giudizi e le aspettative verso di sé e il mondo, narrando le proprie emozioni sulla base dei suoi scatti e delle immagini da lui scelte. Corpo e fotografia insieme potenziano il processo di comunicazione del paziente con se stesso. L’empatia aiuta il terapeuta ad entrare nel processo intimo del paziente poiché le immagini non mostrano una realtà oggettiva ma sono degli “oggetti proiettivi” ai quali l’osservatore attribuisce significati personali,  emozioni, memorie. Ciò che rende la narrazione fotografica efficace per la terapia è quindi il suo essere densa di significati.

Per accedere a un livello di comprensione più profonda, nel lavoro fototerapeutico psicocorporeo si utilizzano tecniche esplorative e di approfondimento corporeo (esercizi di respirazione, grounding, parole chiavi, gesti chiave, contatto, ecc.) . La  possibilità di esprimersi liberamente, senza giudizio né interpretazione, permette al paziente di far emergere contenuti profondi e, al terapeuta di accogliere i movimenti di espansione dell’identità del soggetto, favorendo il completamento dell’ azione emotiva interrotta. Gradualmente con il normale procedimento della terapia il paziente acquisirà consapevolezza dei suoi schemi ripetuti che hanno origine nel passato e costruirà insieme al terapeuta delle linee di azione più efficaci per il futuro.

All’interno della fototerapia, l’autoritratto è una delle tecniche che si è rivelata efficace nell’accompagnare il soggetto nella “ri-costruzione” della propria identità. Nell’autoritratto la persona esplora se stessa senza interferenze esterne, nessuno che osserva, che giudica e attraverso tale tecnica può anche “cercarsi” e riconoscersi in immagini nuove e diverse da quelle preventivamente interiorizzate. Scoprire la propria “Ombra” permette di dare maggiore luce e spessore all’identità del paziente e l’integrazione di queste parti sgradite fa sì che la stessa personalità dell’individuo si arricchisca.

La fotografia è come uno specchio che permette, all’interno della relazione terapeutica, di Ri-incontrarsi. L’autoritratto è quindi uno strumento che può risultare estremamente utile nella terapia in quanto permette al paziente di conoscere e di confrontarsi profondamente con la propria immagine interiore ed esteriore, discutere di tematiche quali l’accettazione e l’autostima e riconoscere le emozioni più recondite. Attraverso le fotografia si può anche accompagnare il paziente a costruire memoria dell’evoluzione di sé, lavorando sulle sue risorse, sulle sue potenzialità e su i suoi desideri. Il lavoro con le foto è dunque utile per tutti coloro che vogliono accedere a memorie profonde, a chi vuole lavorare sullo sviluppo di sé e della propria identità, a chi vuole ricucire un’immagine frammentata, a chi vuole riconoscersi e sentirsi.

 

Leggi tutto

La regolazione emotiva nello sviluppo e in psicoterapia

Gli studi sull’interazione madre e bambino  e le scoperte in ambito neuroscientifico  hanno evidenziato che lo sviluppo dell’individuo si realizza in un processo relazionale, in cui entrambi i partner della diade hanno un ruolo organizzativo e attivo, e nel quale le esperienze vissute consentono la creazione delle reti neurali, la moltiplicazione delle connessioni sinaptiche, la selezione e l’attivazione di alcune popolazioni neuronali, piuttosto che di altre. Il bambino, non solo già dai primi giorni di nascita, dimostra di avere delle competenze espressive che lo rendono “attivo” negli scambi comunicativi con il caregiver ma può anche ritenersi, a tutti gli effetti, tanto quanto l’adulto, “competente” e co-responsabile del processo di regolazione emotiva che scandisce il ritmo e il tono del processo relazionale. La maggior parte delle donne culla il proprio bambino sulla parte sinistra del corpo (controllata dall’emisfero destro). L’emisfero destro del bambino, che è dominante per la sua elaborazione delle informazioni emotive e visive e dunque per il riconoscimento del volto e delle sue espressioni, è sintonizzato a livello neurobiologico con l’output dell’emisfero destro della madre implicato a sua volta nell’espressione e nell’elaborazione delle informazioni emotive e nella comunicazione non verbale. Entrambi i partner della diade costruiscono insieme modalità regolatorie che comprendono processi di autoregolazione e di regolazione interattiva. Nel momento di incontro avviene un riconoscimento reciproco che favorisce lo sviluppo di un senso di identità. Questa influenza reciproca in cui ogni partner dà un proprio contributo alla scambio in corso può essere definita “co-costruzione”. La vista ha un ruolo centrale nella costruzione dell’attaccamento e dunque nelle prime esperienza interattive e sin dal secondo mese di vita il bambino prova un interesse intenso verso il volto della madre. Quest’ultimo, definito lo specchio biologico o emotivo del bambino, è lo “strumento” principale attraverso il quale avviene la modulazione degli stati dell’individuo nel primo anno di vita, amplificando e permettendo l’evoluzione della tolleranza affettiva per livelli di vigilanza sempre più elevati.  Per la crescita di un Sé adeguato è necessaria quindi la capacità della madre di mettersi in sintonia affettiva con il bambino cercando di rispecchiare gli stati di animo del figlio. Una sana sintonizzazione produce un importante processo di apprendimento poiché il bambino scopre nuove variazioni sul modo in cui funzionano le emozioni. Attraverso la sintonizzazione il bambino dovrebbe giungere a conoscere la soggettività dell’altro come collegata alla propria ma diversa da sé. Si parla di disregolazione nell’interazione madre-bambino quando: l’atteggiamento della madre è rigido (troppo intrusivo o distante); lo scambio affettivo è incoerente in quanto manca una sintonizzazione con i bisogni dell’altro; il bambino non riesce a costruire un nucleo affettivo positivo e percepisce se stesso e il genitore come persone inefficaci. Per la diade madre-bambino, sperimentare episodi isolati  di fallimento nella relazione, non costituisce di per se causa di un risvolto patologico. Se si sono sperimentate abitualmente relazioni gratificanti e se si è avuto la possibilità di riparare errori e di trasformare affetti negativi in positivi il bambino cresce e mantiene l’interesse nei confronti dell’ambiente esterno anche di fronte situazioni stressanti. Al contrario se i tentativi di rimediare falliscono il bambino non riesce a costruire un nucleo positivo e non è in grado di stabilire confini netti tra sé e gli altri. La funzione riparativa è una forza fondamentale nell’esperienza del bambino e rende possibile lo sviluppo di un attaccamento sicuro. Il bambino che cresce in un ambiente “invalidante”,  nel quale persiste la tendenza a rispondere in maniera inappropriata alle esperienze personali dell’individuo, apprende che alcune emozioni ed esperienze soggettive non sono accettabili e costituiscono un rischio dal momento che comportano azioni di rifiuto, punizione, disapprovazione. Un ambiente invalidante determina difficoltà nell’etichettare con un nome le emozioni che si provano, inabilità a fidarsi delle proprie emozioni come valide interpretazioni degli eventi, incapacità di tollerare lo stress o di regolare l’attivazione, invalidazione della propria esperienza soggettiva. L’autoinvalidazione insegna alla persona a non fidarsi degli stati interni e a dipendere invece dall’ambiente per ricevere indicazioni su come rispondere. Questa tendenza a cercare la validazione esterna compromette lo sviluppo del senso del Sé.

Leggi tutto

I disturbi del comportamento alimentare: conoscerli per prevenire e intervenire

I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di condizioni estremamente complesse e strettamente inter-correlate tra loro dalla presenza di un anomalo rapporto con il cibo e una distorsione dell’immagine corporea, ma con caratteristiche cliniche e  psicopatologiche differenti. Dietro il comportamento alimentare “insolito”  esiste una difficoltà ad esprimere ciò che si sente, un profondo disagio affettivo riconducibile a una mancata risposta alla domanda di amore.

L’eziopatogenesi dei dca è multifattoriale per cui è necessario prendere in considerazione variabili ambientali, individuali e sociali e inquadrare la problematica in un’ottica sistemica.

I soggetti colpiti inizialmente non hanno consapevolezza del problema e, soprattutto credono di poter controllare il loro comportamento. Successivamente, a causa del forte disagio psichico e dei vissuti emotivi associati al loro comportamento quali negazione, ambivalenza, segretezza e vergogna, diventa per il soggetto molto difficile parlare apertamente del suo problema.

Prevenire significa intervenire prima, aiutando genitori e adulti a riconoscere i segnali di disagio del proprio figlio/a, del proprio compagno/compagna, amico/a, familiare, se stessi.

Una diagnosi precoce è fondamentale per una prognosi migliore.

Le persone che soffrono di disturbi alimentari giudicano se stesse in modo predominante o esclusivo in termini di controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo (spesso tutte e tre le caratteristiche)

foto

Tale sistema di valutazione è disfunzionale  poiché valutarsi prevalentemente in un dominio porta la persona a imporsi dei criteri di valutazione irrealistici e inoltre la focalizzazione esclusiva sul peso e la forma del corpo marginalizza altre aree della vita, riducendo gli interessi e l’impegno in altri domini della vita (per es. scuola, relazioni, lavoro) che contribuiscono a sviluppare un sistema di autovalutazione funzionale e più articolato.

Ma quali sono i fattori che predispongono all’insorgenza di un Dca? Nella patogenesi di queste patologie concorrono fattori biologici a partire dalle predisposizioni genetiche, fattori ambientali (precoci e tardivi), fattori psicologici. Gli studi genetici non hanno portato a riscontrare geni direttamente responsabili di queste patologie, ma costellazioni genetiche che aumentano la vulnerabilità. Per fattori ambientali precoci si intendono quei fattori di rischio che interferiscono con le prime fasi del neurosviluppo e con la maturazione e la programmazione dei sistemi di risposta allo stress: condizioni di vita intrauterina, le complicanze perinatali, le separazioni precoci dalle figure di accudimento. Per fattori di rischio ambientale tardivi, invece, si intendono: gli abusi nell’infanzia, gli stress psicosociali, le relazioni familiari caratterizzate da una forte conflittualità tra i genitori e tra genitori e figli, l’abuso di sostanze psicoattive, l’esposizione a pressioni verso la magrezza da parte di membri del gruppo familiare o dell’area relazionale e affettiva in cui il soggetto vive. Tra i fattori psicologici individuiamo alcune caratteristiche di personalità: il perfezionismo, l’impulsività, la tendenza all’ansia anticipatoria e all’evitamento, il bisogno di controllo sugli altri e sulla propria vita emotiva, l’ossessività. Rispetto all’età di esordio, molta attenzione merita la pubertà essendo il tempo di grandi cambiamenti fisiologici e psicologici, in cui l’immagine del corpo subisce una vera e propria metamorfosi e il cervello è in una fase particolarmente vulnerabile. Tuttavia i  disturbi alimentari non colpiscono soltanto gli adolescenti, ma anche adulti. Talvolta, può succedere che un disturbo alimentare “sottosoglia” trascurato agli esordi possa poi emergere in età adulta o che un nucleo problematico possa slatentizzarsi in seguito a un cambiamento importante, vissuto dalla persona come stressor attivando la patologia alimentare. Traumi, separazioni, malattie, lutti, costringono  a rimettere in discussione il mondo interno ed esterno dell’individuo che può sviluppare un sintomo alimentare come tentativo di superare il profondo disagio emotivo che investe la persona la quale, di fronte al dolore mette in atto la strategia più funzionale per lei in quel momento. Tutto ciò concorre alla patogenesi dei Dca per i quali occorre vedere la patologia come una sorta di fiume alle acque del quale hanno concorso molti affluenti, diversi e in proporzione differente da caso a caso e per i quali è necessario individualizzare il trattamento.

I criteri diagnostici per i DCA sono stati aggiornati nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), prodotto dall’American Psychiatric Association.

Di seguito, elencherò i criteri principali che definiscono i  disturbi alimentari maggiormente diffusi, tenendo in considerazione che spesso, è più frequente trovare forme “miste”  e che nella storia clinica della persona si verifichi una “migrazione” da un disturbo all’altro.

Leggi tutto

La “dieta” per una mente sana

La radice di ogni salute è nel cervello.

Il suo tronco è nell’emozione.

I rami e le foglie sono il corpo.

Il fiore della salute fiorisce quando tutte le parti lavorano insieme

L’estate è oramai arrivata e  ovunque (sfogliando riviste, navigando in rete e sui social network) possiamo trovare consigli e suggerimenti su come rimetterci velocemente in forma per affrontare la fatidica prova costume.

In questa corsa per conquistare la “forma fisica perfetta” tutta l’attenzione è focalizzata sul raggiungimento di un obiettivo estetico dimenticando che essere in salute implica, come sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il raggiungimento e il mantenimento di uno stato di benessere fisico, mentale e sociale per il quale non basta quindi modificare l’alimentazione ma è necessario migliorare diversi aspetti della nostra vita quotidiana quali  il ritmo sonno-veglia, il movimento, le relazioni affettive e sociali e il controllo dello stress e dei pensieri negativi.

Premesso ciò, basandomi sulle ricerche di Daniel Siegel e David Rock, vorrei illustrarvi quali attività gli studiosi sopracitati hanno identificato come ingredienti fondamentali del  “menù ideale per una mente sana”. Siegel ha effettuato numerosi studi che hanno messo in luce come la mente e il cervello siano “plastici”, ovvero possono cambiare e svilupparsi in risposta alle esperienze che facciamo ed è possibile a qualsiasi età indirizzarne lo sviluppo verso un grado più elevato di armonia e salute. Le attività individuate dagli studiosi sono 7 e andrebbero praticate quotidianamente per ottenere dei benefici duraturi. Ciascuna di esse necessità di un “tempo”, che è una risorsa preziosa la quale per alcuni è spesso scarsa “non ho mai tempo di fare le cose, una giornata dovrebbe durare 48 ore, ecc” e per altri abbondante “è come se il tempo non passasse mai, non so come riempire il tempo, ecc” .

Coltivare queste “sane abitudini”  rappresenta un modo per poter vivere il proprio tempo rimanendo presenti a se stessi, con consapevolezza e miglioramento della nostra salute mentale.

Di seguito i 7 ingredienti da portare sulla tavola della nostra vita.

HealthyMindPlatter

Il tempo dell’interiorità:  praticare un momento di riflessione interiore sulla natura della nostra vita mentale (pensieri, emozioni, ricordi, intenzioni, sogni, ecc) e delle nostre sensazioni corporee stimola la crescita di numerose fibre nel cervello che migliorano la capacità di regolare l’attenzione, le emozioni e il pensiero. Inoltre avviene un maggior sviluppo dell’empatia e della compassione.

Esistono diversi modi per poter praticare il tempo dell’interiorità, di seguito alcuni suggerimenti:

  • chiediti cosa è presente dentro di te nel qui e ora, prova a chiudere gli occhi e a domandarti: che sensazioni provo nel mio corpo? (tensione nei muscoli, battito accelerato, nodo in gola, ecc..) Che immagini appaiono nella mia mente?(presenti, passate, future) Che emozioni sono dentro di me? (gioia, rabbia, paura, vergogna, tristezza, ecc) Quali pensieri attraversano la mia mente in questo momento? All’inizio potrebbe essere difficile dare un nome a un’emozione per cui può essere sufficiente cercare di rintracciare un collegamento tra una sensazione fisica e il nascere di uno stato emotivo aiutandosi anche con i pensieri, ad esempio: sento il battito del cuore accelerato, sto pensando che ho delle scadenze ravvicinate, non so se riuscirò a portare a termine i miei obiettivi, ho paura di non farcela..). Lascia emergere nella sfera della consapevolezza tutto ciò che è presente in questo momento, con un atteggiamento di apertura verso quel che c’è;
  • poni attenzione alla sensazione del respiro, inizia al livello delle narici con la sensazione lieve dell’aria che entra e esce. Ora dirigi l’attenzione dalle narici al petto, lascia che la sensazione del petto che si alza e si abbassa a ogni respiro pervada la tua consapevolezza.. poi lentamente sposta l’attenzione sull’addome. Se non sei pratico della respirazione addominale è possibile iniziare appoggiando una mano sulla pancia, nota come l’addome si espande quando l’aria riempie i polmoni e si contrae quando l’aria fuoriesce. Lasciati trasportare dall’onda del respiro, focalizza l’attenzione sulla sensazione dell’addome che si espande e poi rientra. A poco a poco, acquisendo familiarità con l’esercizio la sensazione del respiro globale pervaderà la consapevolezza e sentirai l’intero corpo che respira. Percepire il respiro aiuta ad entrare nel “mare interiore”. Se la mente vaga e l’attenzione si dirige verso qualcosa di diverso dal respiro non giudicarti, dai un nome a quel pensiero, lascialo andare e torna a ridirigere l’attenzione sul respiro;
  • porta maggiore consapevolezza rispetto ai 5 sensi praticando la focalizzazione dell’attenzione sull’udito (ascolta i suoni, i rumori presenti nella stanza nel qui e ora), sul gusto (mangia assaporando i sapori con curiosità), il tatto (porta attenzione alle sensazioni tattili prodotte dal contatto sulla pelle per esempio dell’acqua e del bagno schiuma mentre fai la doccia); l’olfatto (cerca di carpire gli odori presenti nell’ambiente), vista (guarda gli oggetti focalizzando l’attenzione sui colori, le forme, le dimensioni).

Leggi tutto

Il trattamento psicologico del dolore cronico

“Naturalmente, le malattie non si verificano nel corpo, bensì nella vita , nel tempo, in un luogo, nella storia, nel contesto dell’esperienza vissuta e nel mondo sociale. Il suo effetto è sul corpo nel mondo.”

Questa citazione di B.J. Good descrive in maniera chiara e esaustiva cosa accade a chi si trova ad affrontare una malattia cronica la quale può sconvolgere la vita della persona, mettendo in discussione le abitudini, i comportamenti, i rapporti familiari e lavorativi, le certezze, obbligandola a seguire nuove regole, divieti, e a far i conti con un vissuto emotivo impetuoso.

In queste situazioni il dolore può diventare persistente, perdendo completamente la sua funzione protettiva e di “segnale”, e determina nell’individuo un vissuto di impotenza rispetto alla capacità di far fronte all’esperienza dolorosa e alle conseguenze associate.

Il dolore, secondo la IASP (International Association study of Pain), è “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.  Questa definizione mette in evidenza come il dolore sia un’esperienza globale, psicologica, multisensoriale,  soggettiva ed esista ogni qual volta il paziente ne affermi l’esistenza.

La percezione del dolore e la risposta al dolore sono il frutto di un fenomeno complesso e multidimensionale nel quale interagiscono tre dimensioni (Melzack e Casey) :

  • sensitivo-discriminativa (corrisponde alla sensazione ed è responsabile della localizzazione dello stimolo e della discriminazione della sua qualità ed intensità);
  • affettivo-emozionale (corrisponde al modo in cui il paziente esprime il dolore, produce spiacevolezza, attenzione selettiva verso il dolore e desiderio di porvi fine);
  • cognitivo-valutativa(corrisponde alla riattivazione di un certo numero di credenze sulle cause, sui meccanismi e sulla terapia ed al significato che il paziente dà al suo dolore).

Leggi tutto