Alimentazione e sviluppo psico-affettivo

Il comportamento alimentare è un processo senso motorio che a partire dalle epoche più precoci di vita, già dal periodo intra-uterino, si modifica progredendo, nel tempo, dalla necessità di essere insieme ad un Altro significativo fino ad arrivare alla completa autonomia nel procurarsi e assumere il cibo. La capacità di discernere tra le diverse caratteristiche sensoriali alimentari è una competenza che infatti il bambino possiede in modo definitivo fin dalle ultime settimane di vita gestazionale. Lo sviluppo in utero dei sensi ha la funzione da un lato di modellare il sistema nervoso centrale, fornendo stimoli che interagiscono con la crescita neuronale, dall’altro di offrire al feto uno “scorcio” sul mondo esterno, producendo una sorta di apprendimento in utero. I feti umani ingoiano una significativa quantità di liquido amniotico durante la gestazione, specialmente negli ultimi stadi della gravidanza. La madre influenza quindi lo sviluppo dei gusti del bambino perché circoscrive e delimita la sua esperienza col cibo. In questo modo gli aromi dei cibi mangiati dalla mamma vengono trasmessi al nascituro: inizia così il “flavour learning”. Le molecole dei composti che hanno sapore, contenuti negli alimenti ingeriti dalla madre, passano il filtro placentare, giungono nel liquido amniotico e vengono “assaggiate” dal feto che ne fa così conoscenza. La comparsa delle papille gustative avviene intorno alla 7/8 settimana di gestazione e nei mesi a seguire  compaiono le cellule per la percezione dell’odore e i recettori del gusto; alla 35° settimana di gestazione gli atti del succhiare e dell’ingoiare sono coordinati. Secondo la “fetal programming hypothesisis” esiste un periodo sensibile per la crescita fetale in cui i cambiamenti a livello strutturale e funzionale sarebbero la diretta espressione di stimoli provenienti dall’ambiente. La madre che persegue una dieta inadeguata (con uno scarso apporto di nutrienti o sovralimentandosi) nel corso della gestazione determinerà non solo le condizioni di vita intra-uterine ma anche quelle future esponendo il nascituro  al rischio di disturbi da adulto. Inoltre  in alcuni studi recenti  è stato dimostrato come la tendenza dei genitori all’emotional eating fosse positivamente associata alla successiva richiesta di cibo da parte del bambino a fronte di bisogni emotivi, sottolineando dunque il duplice ruolo svolto dai meccanismi genetici e comportamentali. Le modalità e il tipo di alimentazione evolvono nel tempo seguendo gradualmente le tappe evolutive del bambino, i processi di separazione-individuazione e trovando modi e spazi relazionali differenti. Alimentazione e relazione sono dunque due realtà profondamente legate tra loro sin dal concepimento in un rapporto di reciproco influenzamento. L’allattamento, che sia naturale o artificiale, costituisce un momento fondamentale dello sviluppo del legame di attaccamento, dà continuità alla fusionalità instaurata tra madre e bambino sin dalla gravidanza, permette a ciascun membro della diade di rafforzare il legame con l’altro preparandosi gradualmente ad affrontare la separazione. La madre, che riesce a comprendere i segnali di fame e di sazietà del figlio,  rimanda al bambino una percezione coerente di ciò che sta sentendo  permettendo una crescita emotiva adeguata. Durante l’allattamento e anche successivamente quando il bambino cresce, gli scambi faccia a faccia e il contatto vocale  rimangono due indicatori importanti della relazione e della reciprocità. Se il rivolgere lo sguardo indica la disponibilità di impegnarsi all’interno della relazione con l’altro, la deviazione dello stesso segnala un’interruzione della comunicazione. Durante l’allattamento, il bambino può distogliere lo sguardo dalla mamma per segnalare una pausa nel ritmo alimentare. Sarà compito della mamma comprendere il bisogno del bambino senza mostrarsi eccessivamente intrusiva. Se durante l’interazione alimentare la madre non riesce a sintonizzarsi con i bisogni del bambino ed è preoccupata soltanto che il figlio concluda il pasto, adotterà un comportamento rigido e fisso. Uno scambio affettivo privo di reciprocità e incoerente non permette al bambino di comprendere i propri stati emotivi nascenti, come le sensazioni legate alla sazietà e il bisogno di essere nutrito, e di imparare a discriminare affetti legati a stati fisiologici differenti. L’interiorizzazione di un rapporto distorto con l’alimentazione può indurre il bambino a controllare la relazione con l’Altro attraverso il cibo utilizzandolo come strumento di comunicazione di un eventuale disagio. Dallo svezzamento in poi, il bambino comincia a differenziare la madre dal cibo, passando dal primo rapporto con la madre-nutrimento, che facilita la sua regolazione, ad una condizione di maggiore autonomia. In questo periodo  di graduale differenziazione dalla madre può succedere quindi che alcuni bambini rifiutino il cibo per esprimere ostilità nei confronti di genitori possessivi ed iperprotettivi, che non concedono loro autonomia ed indipendenza, così come altri possono rifiutarlo semplicemente perché non sono affamati o non desiderano quell’alimento proposto.

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I disturbi del comportamento alimentare: conoscerli per prevenire e intervenire

I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di condizioni estremamente complesse e strettamente inter-correlate tra loro dalla presenza di un anomalo rapporto con il cibo e una distorsione dell’immagine corporea, ma con caratteristiche cliniche e  psicopatologiche differenti. Dietro il comportamento alimentare “insolito”  esiste una difficoltà ad esprimere ciò che si sente, un profondo disagio affettivo riconducibile a una mancata risposta alla domanda di amore.

L’eziopatogenesi dei dca è multifattoriale per cui è necessario prendere in considerazione variabili ambientali, individuali e sociali e inquadrare la problematica in un’ottica sistemica.

I soggetti colpiti inizialmente non hanno consapevolezza del problema e, soprattutto credono di poter controllare il loro comportamento.Successivamente, a causa del forte disagio psichico e dei vissuti emotivi associati al loro comportamento quali negazione, ambivalenza, segretezza e vergogna, diventa per il soggetto molto difficile parlare apertamente del suo problema.

Prevenire significa intervenire prima, aiutando genitori e adulti a riconoscere i segnali di disagio del proprio figlio/a, del proprio compagno/compagna, amico/a, familiare, se stessi.

Una diagnosi precoce è fondamentale per una prognosi migliore.

Le persone che soffrono di disturbi alimentari giudicano se stesse in modo predominante o esclusivo in termini di controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo (spesso tutte e tre le caratteristiche)

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La “dieta” per una mente sana

La radice di ogni salute è nel cervello.

Il suo tronco è nell’emozione.

I rami e le foglie sono il corpo.

Il fiore della salute fiorisce quando tutte le parti lavorano insieme

L’estate è oramai arrivata e  ovunque (sfogliando riviste, navigando in rete e sui social network) possiamo trovare consigli e suggerimenti su come rimetterci velocemente in forma per affrontare la fatidica prova costume.

In questa corsa per conquistare la “forma fisica perfetta” tutta l’attenzione è focalizzata sul raggiungimento di un obiettivo estetico dimenticando che essere in salute implica, come sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il raggiungimento e il mantenimento di uno stato di benessere fisico, mentale e sociale per il quale non basta quindi modificare l’alimentazione ma è necessario migliorare diversi aspetti della nostra vita quotidiana quali  il ritmo sonno-veglia, il movimento, le relazioni affettive e sociali e il controllo dello stress e dei pensieri negativi.

Premesso ciò, basandomi sulle ricerche di Daniel Siegel e David Rock, vorrei illustrarvi quali attività gli studiosi sopracitati hanno identificato come ingredienti fondamentali del  “menù ideale per una mente sana”. Siegel ha effettuato numerosi studi che hanno messo in luce come la mente e il cervello siano “plastici”, ovvero possono cambiare e svilupparsi in risposta alle esperienze che facciamo ed è possibile a qualsiasi età indirizzarne lo sviluppo verso un grado più elevato di armonia e salute. Le attività individuate dagli studiosi sono 7 e andrebbero praticate quotidianamente per ottenere dei benefici duraturi. Ciascuna di esse necessità di un “tempo”, che è una risorsa preziosa la quale per alcuni è spesso scarsa “non ho mai tempo di fare le cose, una giornata dovrebbe durare 48 ore, ecc” e per altri abbondante “è come se il tempo non passasse mai, non so come riempire il tempo, ecc” .

Coltivare queste “sane abitudini”  rappresenta un modo per poter vivere il proprio tempo rimanendo presenti a se stessi, con consapevolezza e miglioramento della nostra salute mentale.

Di seguito i 7 ingredienti da portare sulla tavola della nostra vita.

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Il tempo dell’interiorità:  praticare un momento di riflessione interiore sulla natura della nostra vita mentale (pensieri, emozioni, ricordi, intenzioni, sogni, ecc) e delle nostre sensazioni corporee stimola la crescita di numerose fibre nel cervello che migliorano la capacità di regolare l’attenzione, le emozioni e il pensiero. Inoltre avviene un maggior sviluppo dell’empatia e della compassione.

Esistono diversi modi per poter praticare il tempo dell’interiorità, di seguito alcuni suggerimenti:

  • chiediti cosa è presente dentro di te nel qui e ora, prova a chiudere gli occhi e a domandarti: che sensazioni provo nel mio corpo? (tensione nei muscoli, battito accelerato, nodo in gola, ecc..) Che immagini appaiono nella mia mente?(presenti, passate, future) Che emozioni sono dentro di me? (gioia, rabbia, paura, vergogna, tristezza, ecc) Quali pensieri attraversano la mia mente in questo momento? All’inizio potrebbe essere difficile dare un nome a un’emozione per cui può essere sufficiente cercare di rintracciare un collegamento tra una sensazione fisica e il nascere di uno stato emotivo aiutandosi anche con i pensieri, ad esempio: sento il battito del cuore accelerato, sto pensando che ho delle scadenze ravvicinate, non so se riuscirò a portare a termine i miei obiettivi, ho paura di non farcela..). Lascia emergere nella sfera della consapevolezza tutto ciò che è presente in questo momento, con un atteggiamento di apertura verso quel che c’è;
  • poni attenzione alla sensazione del respiro, inizia al livello delle narici con la sensazione lieve dell’aria che entra e esce. Ora dirigi l’attenzione dalle narici al petto, lascia che la sensazione del petto che si alza e si abbassa a ogni respiro pervada la tua consapevolezza.. poi lentamente sposta l’attenzione sull’addome. Se non sei pratico della respirazione addominale è possibile iniziare appoggiando una mano sulla pancia, nota come l’addome si espande quando l’aria riempie i polmoni e si contrae quando l’aria fuoriesce. Lasciati trasportare dall’onda del respiro, focalizza l’attenzione sulla sensazione dell’addome che si espande e poi rientra. A poco a poco, acquisendo familiarità con l’esercizio la sensazione del respiro globale pervaderà la consapevolezza e sentirai l’intero corpo che respira. Percepire il respiro aiuta ad entrare nel “mare interiore”. Se la mente vaga e l’attenzione si dirige verso qualcosa di diverso dal respiro non giudicarti, dai un nome a quel pensiero, lascialo andare e torna a ridirigere l’attenzione sul respiro;
  • porta maggiore consapevolezza rispetto ai 5 sensi praticando la focalizzazione dell’attenzione sull’udito (ascolta i suoni, i rumori presenti nella stanza nel qui e ora), sul gusto (mangia assaporando i sapori con curiosità), il tatto (porta attenzione alle sensazioni tattili prodotte dal contatto sulla pelle per esempio dell’acqua e del bagno schiuma mentre fai la doccia); l’olfatto (cerca di carpire gli odori presenti nell’ambiente), vista (guarda gli oggetti focalizzando l’attenzione sui colori, le forme, le dimensioni).

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Il trattamento psicologico del dolore cronico

“Naturalmente, le malattie non si verificano nel corpo, bensì nella vita , nel tempo, in un luogo, nella storia, nel contesto dell’esperienza vissuta e nel mondo sociale. Il suo effetto è sul corpo nel mondo.”

Questa citazione di B.J. Good descrive in maniera chiara e esaustiva cosa accade a chi si trova ad affrontare una malattia cronica la quale può sconvolgere la vita della persona, mettendo in discussione le abitudini, i comportamenti, i rapporti familiari e lavorativi, le certezze, obbligandola a seguire nuove regole, divieti, e a far i conti con un vissuto emotivo impetuoso.

In queste situazioni il dolore può diventare persistente, perdendo completamente la sua funzione protettiva e di “segnale”, e determina nell’individuo un vissuto di impotenza rispetto alla capacità di far fronte all’esperienza dolorosa e alle conseguenze associate.

Il dolore, secondo la IASP (International Association study of Pain), è “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.  Questa definizione mette in evidenza come il dolore sia un’esperienza globale, psicologica, multisensoriale,  soggettiva ed esista ogni qual volta il paziente ne affermi l’esistenza.

La percezione del dolore e la risposta al dolore sono il frutto di un fenomeno complesso e multidimensionale nel quale interagiscono tre dimensioni (Melzack e Casey) :

  • sensitivo-discriminativa (corrisponde alla sensazione ed è responsabile della localizzazione dello stimolo e della discriminazione della sua qualità ed intensità);
  • affettivo-emozionale (corrisponde al modo in cui il paziente esprime il dolore, produce spiacevolezza, attenzione selettiva verso il dolore e desiderio di porvi fine);
  • cognitivo-valutativa(corrisponde alla riattivazione di un certo numero di credenze sulle cause, sui meccanismi e sulla terapia ed al significato che il paziente dà al suo dolore).

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Insoddisfazione corporea: e tu, che relazione hai con il tuo corpo?

Il corpo non è solo un fenomeno biologico, ma anche una costruzione mentale, graduale e complessa che si sviluppa, inizialmente, soprattutto all’interno della relazione con la madre. Inizialmente il bambino non ha esperienza del suo corpo come una totalità, è la madre che secondo Winnicot rimanda al proprio figlio la propria immagine restituendo in un’unica rappresentazione integrata le sensazioni corporee frammentate che il bimbo esperisce. Durante l’infanzia il corpo è il luogo elettivo dell’interazione e dello scambio fra madre e figlio: le cure igieniche, la manipolazione, l’alimentazione, l’educazione, la frustrazione, ma anche la consolazione passano attraverso il corpo. Affinchè il bambino possa giungere a percepire come propria l’immagine del proprio corpo è necessario che la madre riconosca amorevolmente e incondizionatamente il corpo del figlio.

Affamate d’amore e alla ricerca di sè

L’immagine corporea è dunque una rappresentazione mentale che deriva dall’interazione fra il corpo, la psiche, la propria storia personale e l’ambiente. L’insoddisfazione corporea è legata a un vissuto emotivo spiacevole nei confronti del proprio corpo e solitamente è una sensazione che risale dall’infanzia. I condizionamenti familiari, le prese in giro, le esperienze quotidiane, le mode e i media, possono aver influenzato e continuano a influenzare il nostro ideale di immagine corporea a cui tendere, enfatizzando la ricerca di un modello di perfezione che possa assicurarci la felicità. Questa convinzione distorta e illusoria può, se diventa ossessiva e si intensifica nel tempo, generare una sofferenza emotiva considerevole che è necessario affrontare per ritrovare il proprio benessere psicofisico. L’insoddisfazione corporea è un  fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi del comportamento alimentare, ha una notevole influenza sull’autostima, sull’umore e sulle relazioni interpersonali e può incidere dunque sulla qualità di vita della persona.

Di seguito troverete una serie di domande da porvi per riflettere sul vostro grado di insoddisfazione corporea, provate a chiedervi quanto spesso sono presenti nella vostra vita questi pensieri, emozioni e comportamenti legati alla vostra immagine corporea:

Mai Raramente Talvolta Spesso Sempre
Quando mi guardo allo specchio mi vergogno 0 1 2 3 4
Non credo di avere attrattive fisiche 0 1 2 3 4
Sono fiero del mio corpo 4 3 2 1 0
Invidio il fisico altrui 0 1 2 3 4
Vorrei sottopormi a un intervento di chirurgia estetica 0 1 2 3 4
Do molta importanza agli sguardi altrui 0 1 2 3 4
Mi piaccio quando mi vedo in fotografia 4 3 2 1 0
Paragono il mio aspetto a quello dei personaggi che si vedono nelle riviste 0 1 2 3 4
Se potessi cambierei molte mie caratteristiche fisiche 0 1 2 3 4
Mi piaccio quando mi vedo allo specchio 4 3 2 1 0
Mi piace acquistarmi capi di vestiario 4 3 2 1 0
Mi trovo attraente 4 3 2 1 0
Mi piacerebbe assomigliare a qualcun altro 0 1 2 3 4
Sono preoccupato per il mio aspetto 0 1 2 3 4
Il mio corpo mi fa schifo 0 1 2 3 4
Sarei più felice se avessi un altro aspetto 0 1 2 3 4
Gli altri sembrano più belli di me 0 1 2 3 4

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Laboratorio di Scrittura Espressiva

La scrittura espressiva è un viaggio di auto scoperta che ci permette di rallentare il passo, di esplorare situazioni da altri punti di vista e guardare dentro noi stessi.

La scrittura può migliorare lo stato generale di salute, favorire l’efficienza personale e modificare in senso positivo gli atteggiamenti e le relazioni interpersonali.

Il “foglio” diviene uno spazio per raccontarsi e dar voce al nostro mondo interiore.

Il punto di partenza di tale laboratorio è non preoccuparsi della grammatica, dell’ortografia o della struttura della frase ma mettersi in gioco e OSARE.

Scopo dell’attività è sviluppare la consapevolezza di sé, stimolare l’espressione emozionale e acquisire competenza emotiva.

In sintesi si porterà il mondo espressivo di ogni individuo nel piccolo gruppo, mantenendo  la propria soggettività in uno spazio condiviso di crescita e di miglioramento personale.

Il gruppo avrà cadenza quindicinale e partirà con un minimo di 3/4 partecipanti.

Per informazioni e iscrizioni scrivere a sirianni.alessandra@gmail.com .

Sede: Via Indipendenza n 40, Bologna

Data di inizio: 19 aprile 2016 ore 18.30

 

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La Salute del Corpo e della Mente

Mangiare è un atto essenziale per vivere e come tale coinvolge molte azioni della nostra vita quali scegliere cibi, prepararli, conservarli, stabilire dove mangiarli, quando e soprattutto con chi.  La relazione con il cibo però non è sempre piacevole e spesso il cibo diventa uno strumento per soddisfare bisogni psicologici sottostanti che portano ad assumere comportamenti scorretti e disfunzionali per la salute.

L’obiettivo di questa giornata informativa è quella di promuovere delle corrette abitudini alimentari al fine di imparare a scegliere consapevolmente ciò che mangiare, spiegare quali sono i meccanismi alla base della fame emotiva e come una relazione malsana con il cibo può dar luogo a disturbi del comportamento alimentare.

Al termine degli interventi sarà possibile partecipare a un workshop esperienziale per acquisire maggiore consapevolezza delle proprie abitudini alimentari e della propria consapevolezza corporea.

Il seminario sarà condotto da:

Alessandra Sirianni, Psicologa, si occupa di problemi psicologici connessi all’alimentazione e disturbi del comportamento alimentare

Marina Scalise, Biologa Nutrizionista, si occupa di educazione alimentare

 

La partecipazione al seminario è gratuita previa iscrizione: sirianni.alessandra@gmail.com

L’evento si svolgerà sabato 23 aprile alle ore 10.30 presso la Palestra Oxide, via Corradino Amatruda 58, Crotone

 

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FOOD PORN: la complessità dell’istantanea

La digitalità ha sicuramente modificato il nostro modo di approcciarci alla fotografia e lo scatto da attività intenzionale è diventato un semplice “riflesso”, così come sostiene John Berger, famoso critico d’arte.

Le fotografie dunque sono diventate un prodotto della nostra società consumistica, incredibilmente numerose, sovrabbondanti, esasperate. I social network allora diventano i “contenitori” da riempire con scatti di attimi delle nostre giornate ma, ciò che colpisce è, che sempre più frequentemente, le persone spariscono dalla scena e sono sostituite da immagini di pietanze che diventano opere artistiche da ammirare, e che spesso sono immagini illusorie rese straordinarie grazie agli effetti di luce e colore che le app moderne ci permettono di scegliere.

Il fenomeno dello “scatto ossessivo-compulsivo” del cibo prende il nome di “Food Porn”  ed è ad oggi, diffuso in maniera capillare, tra giovanissimi e adulti, senza distinzione di genere.  Possiamo, in questa “moda” del momento rintracciare sia il “desiderio di creare desiderio” negli occhi di chi guarda la foto, sia la ricerca del piacere attraverso lo “scatto perfetto”.  In entrambi i casi il cibo diventa strumento, medium della nostra comunicazione. La dottoressa  Valerie Taylor, a capo del reparto psichiatrico del Women’s College Hospital all’Università di Toronto, ha studiato tale fenomeno e sostiene  che tale attività possa essere il sintomo di un problema psicologico qualora, tale ossessione diventi il centro della vita “virtuale” e sociale dell’individuo che focalizzandosi solo su tale attività perde di vista lo “sfondo”, e così la tavola da momento di condivisione e aggregazione si riduce a un piatto di spaghetti.

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La Paura di fallire

La Paura bussò. La Fiducia andò ad aprire. Fuori non c’era nessuno. (proverbio cinese)

La paura di fallire ha molti volti  e nella nostra società, fortemente competitiva,  è sempre più frequente trovarsi disarmati di fronte alle ripetute richieste di performance ed efficienza nel lavoro, nello studio, nella gestione familiare, nello sport e nelle relazioni affettive. La paura dell’insuccesso è legata al sentirsi inadeguati e insicuri di fronte a determinati compiti e deriva dalla valutazione che facciamo  delle nostre capacità e risorse nel fronteggiare le richieste dell’ambiente esterno. E, spesso, non ci sentiamo all’ altezza, crediamo di non farcela e rinunciamo.

La paura è un prodotto dell’evoluzione infatti nessuna specie animale potrebbe sopravvivere qualora non avvertisse la paura come “segnale” che ci induce a muoverci per reagire prontamente di fronte al pericolo. La paura è quindi un’emozione di base e ha una funzione protettiva  permettendoci di anticipare mentalmente il pericolo in modo da mettere in moto una serie di reazioni fisiologiche e scegliere se reagire o fuggire in una determinata situazione. La paura è “sorella” dell’ansia, entrambe si manifestano con gli stessi sintomi fisici e la stessa tensione generalizzata e spesso alla base di sindromi ansiose c’è una paura più profonda da esplorare. L’ansia ha, come la paura, anche una funzione adattiva e nella giusta dose è indispensabile per migliorare il nostro livello di attenzione, il nostro impegno e la nostra capacità di produrre a livello intellettivo e motorio. Di solito parliamo di “paura” quando lo stato è causato da una situazione esterna comunemente riconosciuta come pericolosa (es. un incendio in casa)e di ansia quando lo stesso stato si attiva in situazioni percepite soggettivamente come un pericolo (es. prendere l’ascensore) ma ciò che conta è il vissuto della persona che comunque va validato  poiché così come sostiene Gabbard: “ognuno ha una miscela di ansie unica e caratteristica” che deriva dalla propria storia.

Nel nostro cervello, di fronte a un pericolo (reale o percepito) avvengono una serie di reazioni sia a livello intellettivo (all’interno della corteccia cerebrale) che a livello emotivo (all’interno del sistema limbico, l’amigdala nello specifico). Nel sangue viene liberato ACTH (ormone adrenocorticotropo) e in reazione ad esso vengono liberati adrenalina e cortisolo, rispettivamente ormoni dello stress a breve e a lunga durata. La nostra mente e il nostro corpo dunque si preparano ad agire e possiamo assistere a una serie di reazioni a livello cardiocircolatorio e gastrointestinale:

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L’importanza dell’Ascolto

Gli Dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca per poter ascoltare il doppio e parlare la metà (Talete, 624 a.c.)

L’atto di ascoltare è diverso dall’udire. Il primo infatti, non si esaurisce nel semplice fatto di sentire o registrare, ma presuppone l’azione cognitiva ed emotiva di capire cosa è stato detto.

L’ascolto è la prima e più importante azione da imparare per poter migliorare la propria capacità di entrare in contatto con gli altri. La capacità di ascoltare significa sapersi assumere la responsabilità emotiva del rapporto con l’altro. Tra ascolto e comunicazione dunque c’è un legame di interdipendenza. La relazione primaria con il caregiver (di solito la mamma) è il primo “contenitore” all’interno del quale impariamo ad ascoltarci, ad ascoltare e a comunicare.  Nello sviluppo infantile, mamma e bambino costruiscono insieme modalità regolatorie diadiche che comprendono processi di autoregolazione e di regolazione interattiva.

In questa “danza interattiva” si co-costruiscono le basi del Sé. La capacità di autoregolazione accresce la consapevolezza dell’esperienza interiore fin dalla nascita; tale esperienza si organizza all’interno della relazione madre-bambino nella quale avviene quella che Tronick definisce “espansione diadica della consapevolezza”, ovvero il processo che permette a ciascun individuo autoregolantesi di rendere più complessa e coesa la sua organizzazione mentale grazie alla collaborazione con un altro individuo che si organizza. Ogni sistema diadico può però facilitare o inibire la regolazione e l’espressione degli stati interni:un’esperienza di inibizione vissuta nell’infanzia, crea una aspettativa di relazione  che probabilmente si consoliderà nell’età adulta.

I modelli di relazione interiorizzati andranno dunque a influenzare il nostro comportamento futuro e inevitabilmente il nostro modo di ascoltare e comunicare.

I nostri problemi di comunicazione hanno dunque radici molto profonde e antiche.

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